venerdì 21 ottobre 2011

casa editrice il puntdincontro intervista

La Casa Editrice “Il Punto d’Incontro”, che ha la sede a Vicenza, in via Zamenhof 685, tel. 0444239266, è nata nel1987 dall’iniziativa di 4 amici, interessati a temi come le tradizioni del pensiero preilluminista, le medicine alternative, la crescita personale attraverso una modalità entrata in voga negli anni sessanta, cioè “L’espansione della coscienza”. La spinta fondamentale è derivata dal desiderio di vedere pubblicati dei testi su queste tematiche che nessun altro editore proponeva, in quanto economicamente non conveniente. Il nome scelto è rappresentativo dell’intenzione di partenza: essere una “zona franca”, in cui possano trovare spazio culture, tradizioni ed approcci diversi, uniti nel fine di sviluppare una dimensione dell’essere umano che la cultura ufficiale tralascia. Il team di oggi è diverso da quello di partenza, ma identico è l’entusiasmo, mentre il tempo ha sviluppato un catalogo di oltre 600 titoli. Questa ricca storia alle spalle stuzzica la curiosità e stimola l’interesse per maggiori informazioni. Queste vengono dalla Dottoressa Patrizia Saterini, Responsabile Editoriale della casa editrice. Le rivolgo alcune domande.
1)     La Casa Editrice che Lei rappresenta è nata alla fine degli anni ottanta dalla intersezione tra diverse esigenze. Dopo oltre vent’anni, ritiene che questa formula sia ancora valida?
R) Tematiche come quelle trattate da noi all’inizio erano per pochissimi. Il nostro era un settore di nicchia. La formula di vent’anni fa si è evoluta nella crescita personale che ora include psicologia, tecniche neurolinguistiche, marketing consapevole, e nella medicina naturale, che ora include tutte le forme di medicina dolce. Oggi il nostro settore non è più i nicchia, ed anche le grandi case editrici si stanno spostando su di esso. Inoltre vi sono una serie di testate giornalistiche che vendono su questi argomenti centinaia di migliaia di copie.

2)     Rispetto alla vostra nascita, ritiene che ci sia una crescita di interesse da parte del pubblico per il tipo di tematiche che voi presentate?
R) Assolutamente sì. Le persone sono sempre più alla ricerca di risposte: i problemi di oggi spingono a cercare delle alternative. Esistono dei seri ricercatori che sono in grado di offrire delle risposte a queste domande. Noi sentiamo fortemente la responsabilità del nostro lavoro, ma dietro di esso c’è l’esperienza di molti anni per cui siamo sicuri di ciò che proponiamo.

3)      Per il futuro si prospetta sicuramente l’ombra della crisi. Ritiene che il tipo di cultura da voi proposto sia un elemento essenziale di fuoriuscita da essa?
R) Tutto quello che riteniamo essere la nostra “realtà” si sta sgretolando. Lo si vede nell’economia, nel mondo del lavoro, nei rapporti personali che si incrinano nei momenti di difficoltà, se non sono basati sulla consapevolezza ed il rispetto di sé stessi e degli altri. La crisi mondiale riguarda tutti i settori del nostro vivere. E deve necessariamente portare ad un rinnovamento. La possibilità di fuoriuscita dipende dalla visione consapevole di sé stessi e degli altri. Si tratta di un problema di coscienza, di cambio di prospettiva della nostra visione.

Queste risposte si inseriscono all’interno di una riflessione già in atto, cioè la constatazione, avvertita negli ambienti culturalmente più avveduti, e la cui avvisaglia era stata la nascita di una corrente filosofica denominata “postmoderno”, del fatto che determinati paradigmi culturali di cui si è intessuta la storia del novecento sono in crisi, che le difficoltà fisiche,cioè quelle della vita di ogni giorno, sono il riflesso di ciò che accade nella cultura alta. Il problema è che non si sa bene che cosa è destinato a prenderne il posto, molti sono i candidati, ma la scena è oscura e quello che sembra l’effimero vincitore di oggi è già pronto per essere superato domani. Quella de “Il Punto d’Incontro” è una delle proposte culturali presenti nel momento attuale. Archiviare il novecento non è un processo breve, né semplice. Il ventunesimo secolo appena iniziato già promette di essere tumultuoso. Afferrare gli strumenti intellettuali per comprendere i processi del cambiamento è un compito essenziale.  Merito della casa editrice di via Zamenhof è di offrire alcuni di questi strumenti. Gli scricchiolii che si odono sempre più distintamente lasciano intendere che qualcosa, di fatto, si sta già muovendo. Indovinare la conclusione di questo movimento,è cosa da lasciare ai profeti.


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sabato 23 luglio 2011

Genio e Follia

Il libro di Karl Jaspers “Genio e follia”, del 1922, recentemente ristampato da Cortina Editore, con una prefazione di Umberto Galimberti, il quale è vicino alle posizioni filosofiche dell’autore, riprende la categoria romantica del “genio”, anticipata da Kant, e, seguendo le orme di Lombroso, stabilisce una correlazione tra il genio e la follia. Il romanticismo,inteso come corrente culturale, è nato in contrapposizione all’illuminismo, e specialmente alla “ragione” illuministica. Questo dice molto su come debba essere considerato il “genio” all’interno del romanticismo. Fondamentalmente come un motivo polemico, esaltato perché il dispiegarsi di una tumultuosa creatività si contrappone al regolare procedere mentale delle sequenze logiche razionali. Ecco dunque l’affinità con il fenomeno della follia. Ma, seguendo una strada di questo genere, si va a finire su un terreno scivoloso, perché il dire che la follia è all’origine del genio equivale ad affermare che quest’ultimo è un fenomeno patologico, o, all’inverso, che la malattia mentale deve essere considerata una forma di genialità. In effetti, la tesi espressa da Jaspers nel libro non è esattamente questa, ed occorre anzi afferrare esattamente il senso del suo pensiero, che può nascondere, a sua volta, delle pieghe dove può insinuarsi una interpretazione che, anziché portare ad una migliore comprensione del fenomeno, tende ad oscurarne il significato richiedendo a sua volta di essere interpretata e compresa. Per cominciare, inizio con una citazione dello stesso Jaspers: “Ora accade che quest’elemento demoniaco, che nell’uomo sano opera in modo ordinato e moderato, si scateni invece nella malattia con estrema violenza. Non che questa forza demoniaca, questo spirito sia malato; sfugge all’alternativa salute-malattia; ma è il processo patologico che favorisce l’irruzione di questa forza, non fosse che per poco”. La tesi di Jaspers dunque non è che la genialità coincide con la follia , nel caso che sta discutendo con la schizofrenia, ma che quest’ultima è una precondizione affinchè il genio si manifesti, e soprattutto, che questa genialità deve essere considerata come una “forza demoniaca” che emerge da  un oscuro fondo della psiche, del quale costituirebbe, per così dire, l’essenza inesprimibile nella vita normale. Questa forza brucerebbe con la sua stessa presenza l’artista, tanto è vero che la differenza tra un artista normale ed uno geniale consisterebbe nel fatto che quest’ultimo finirebbe consumato dalla sua propria opera. Una concezione di questo genere considera il genio come un qualcosa di estraneo alla personalità, un qualcosa di “divino”, che irrompe dentro alla mente sino a spezzarla con la sua forza prorompente. E’ chiaro che se una tesi del genere fosse vera, la questione del genio e del suo rapporto con la personalità normale cesserebbe completamente di essere un problema che in linea di principio può essere risolto, ma diventerebbe un enigma che solo un intervento oracolare potrebbe sciogliere. Se si vuole sfuggire agli esiti oracolari, è necessario impostare il problema in modo completamente diverso da come fa Jaspers. In particolare bisogna smettere completamente di considerare la genialità come una “forza”, od uno “spirito”, od una “presenza”, che irrompono non si sa da dove nella psiche di soggetti predisposti, ma di interpretarla come una modalità di funzionamento della mente, che in linea di principio può esistere in tutti, non solo in particolari soggetti che non si sa  se considerare eletti o dannati. Il problema, non l’enigma, da risolvere, è quello di riuscire a trovare la modalità giusta per fare scattare, in modo stabile e non in concorso con situazioni patologiche, questa preziosa funzionalità mentale. Si sono verificati e sono stati empiricamente rilevati, dei casi in cui il genio è stato accompagnato dalla follia. E’ del tutto possibile, ed auspicabile, che questa associazione sia sciolta in futuro. Noi oggi, abbiamo bisogno di genialità. La follia con cui abbiamo quotidianamente a che fare, è cosi diffusa, che se ne farebbe volentieri a meno.
                                                                                                           Marzio Carlotto


giovedì 21 luglio 2011

I problemi dell'euro

L’avvento dell’euro è stato veramente un fenomeno positivo, come presentato e magnificato ? A distanza di tempo crescono i dubbi e le perplessità. Ne è un esempio il libro dell’economista romano Antonio Maria Rinaldi, “Il fallimento dell’euro?”, un istant book che fotografa in modo esemplare, rigoroso ma semplice, chiaro ed accessibile, le conseguenze di una decisione che, invece di benefici, sembra apportare un numero crescente di difficoltà e di problemi all’economia italiana. L’autore dimostra per prima cosa l’esistenza di un preoccupante, diffuso livello di incompetenza tecnica all’interno della classe politica, intesa non in termini partitici, ma proprio come categoria di persone che si occupa professionalmente di politica. In sostanza, il livello medio dei rappresentanti italiani a Bruxelles, che trattano di rilevanti questioni nazionali, risulta non episodicamente,ma sistematicamente al disotto dello standard minimo consentito, con il risultato di una incapacità cronica di difendere persino elementari  interessi nazionali, ed un conseguente scadimento della nostra immagine all’estero. Il punto chiave nell’analisi di Rinaldi è una valutazione negativa dei parametri di adesione del trattato di Maastricht, che hanno portato al taglio della spesa sociale e penalizzato le fasce della popolazione più deboli, provocando anche un inasprimento della pressione fiscale. Queste condizioni sono state accettate supinamente ed i negoziatori italiani non hanno valere gli interessi dell’Italia. Inoltre, e questo è un punto-chiave, Rinaldi attribuisce proprio all’euro la mancata crescita economica dell’Italia. Questo partendo dalla considerazione che i paesi dell’Unione Europea che non adottano l’euro hanno avuto un tasso di crescita superiore a quello dei paesi, sempre dell’Unione Europea, che utilizzano l’euro: dimostrando così che i benefici dell’adesione all’Europa non consistono nel fatto di avere la stessa moneta, ma in quello di far parte di un mercato comune di libero scambio. A questo punto , si pone il quesito se sia conveniente rimanere nella moneta unica, oppure no. L’autore sembra propendere per il no, e che sia necessario come minimo rinegoziare i parametri di adesione al Trattato di Maastricht. La sua conclusione, infatti, è che l’Euro, allo stato attuale dei fatti, sia non una moneta europea, ma Franco – Tedesca, e per di più costruita al fine di favorire speculazioni finanziarie più che investimenti produttivi, anche per la politica della Banca Centrale Europea, che non controlla le banche nella loro inclinazione a destinare denaro per operazioni speculative fini a sé stesse, che non producono crescita economica effettiva. La revisione dei parametri  di Maastricht passa per una revisione dei rapporti di forza a livello Europeo. Questo, oggi è il vero compito dei politici.

                                                                                                       Marzio Carlotto.

lunedì 30 maggio 2011

Vivere alla grande

Oggi nel campo della letteratura si nota una ripresa di tematiche esistenzialistiche, spesso nichilistiche, quasi sempre disilluse, mentre la situazione della psiche collettiva registra un aumento impressionante di negatività varie, che sembra indirizzare il pensiero nella direzione di una concezione pessimistica sul “male di vivere”. E’ per questo che il concetto della “difesa della vita” deve essere integrato da un corollario. Non si può parlare della difesa di una mera situazione di “sopravvivenza”. Vi è una modalità di esistenza che veramente merita di essere  perseguita, il “vivere alla grande”, dove tutte le possibilità latenti sono espresse, le persone non sono frustrate ed intristite nel vicolo cieco della monotonia, ed orizzonti senza limiti si aprono a coloro che osano inseguire grandi mete, con il successo che arride gioioso e premia gli sforzi vittoriosi indirizzati verso gli obiettivi, raggiunti, che ognuno si è posto nel suo personalissimo ed intangibile tempio privato della propria unicità. Ma, se questo è un traguardo che sembra meritare di essere raggiunto, la domanda diventa: “come” arrivarci? A questo interrogativo non esistono risposte univoche. Tuttavia, vi sono delle approssimazioni, che senza dare una certezza assoluta, offrono al lettore degli strumenti validi che poi sta ad ognuno di noi far fruttificare, puntando sulla capacità individuale di assimilare e far proprie pillole di saggezza, che digerite e passate in circolo, possono trasformarsi in un nutrimento vitale che irrora il pensiero di intuizioni sagaci e prospettive intriganti. Con riferimento a questa tematica, risulta utile illustrare le tesi di un manualetto che si intitola, proprio, “Vivere alla grande”. E’ stato scritto dall’esperto di strategia di sviluppo personale Robin S. Sharma, non è recente, visto che è stato pubblicato una dozzina di anni fa, ma presenta delle tesi a mio avviso valide ed interessanti che non sono legate al particolare momento storico in cui sono state concepite, ma hanno  una costante attualità. Il mio non è tanto un riassunto del testo, quanto una estrapolazione di concetti fondamentali. Il libro si presenta come facente parte del filone del cosiddetto “Pensiero Positivo”. Questo può dar luogo a dei fraintendimenti di partenza. In effetti una espressione di questo tipo rischia di essere percepita come uno “slogan” in cui l’elemento della “sonorità” sembra inglobare lo sforzo concettuale di comprensione, quasi che la “positività del pensiero”, in quanto tale, potesse dare chissà quali risultati taumaturgici. Così non è, una interpretazione di questo tipo conduce fuori strada, e si rende necessaria una esatta comprensione del pensiero dell’autore. Il punto –chiave è che , per ottenere dei risultati effettivi, e non puramente immaginari, non è necessaria una positività del pensiero. E’ necessaria una positività della condotta. Vediamo come questa deve essere realizzata. Il punto di partenza è una situazione personale di crisi che determina la necessità di una svolta. Diventano quindi necessari dei cambiamenti  che servano ad uscire da questa situazione di crisi. Il ruolo del pensiero nasce da un presupposto “filosofico” implicito nella visione dell’autore: noi siamo in ultima analisi, il risultato dei nostri pensieri. Più esattamente, siamo il risultato dei nostri comportamenti. Comportamenti negativi provocano risultati negativi, ed il contrario. Il ruolo del pensiero consiste nel dominare il corpo ed indurlo a seguire una prassi positiva. Per ottenere questo, è necessario sviluppare la qualità della disciplina, dalla quale si ottiene la volontà, che ne è la diretta conseguenza. Il comportamento stesso è visto come una lista di abitudini apprese. Cambiando le abitudini negative con altre positive, il risultato sarà l’acquisizione di un comportamento pratico orientato al successo. “Seminate un pensiero, raccogliete un’azione, seminate un’azione,raccogliete un’abitudine, seminate un’abitudine,raccogliete un carattere, seminate un carattere, raccogliete un destino”.  Non è necessario partire con grandi cambiamenti. L’essenziale è partire, è necessario modificarsi a livello di atteggiamenti, di esercizio fisico( cominciare a farlo regolarmente, dà energia), di alimentazione ( dare la prevalenza al consumo di cibi “vivi” e freschi, frutta, verdura e cereali), di abitudini negative (tramite il controllo mentale del corpo, trasformare abitudini negative in positive). Ottenuto questo, è necessario stilare un preciso progetto esistenziale con obiettivi ben definiti, senza i quali la persona è come un battello nel mare, sbattuto qua e là dalle onde. Se non si ha un proprio progetto, saranno gli altri a pensare per noi. Infine, è necessario considerare psicologicamente un ostacolo come una opportunità, e scegliere la serie di azioni che porteranno dove  si vuole andare. La felicità non è una destinazione, ma un modo per viaggiare lungo il cammino della vita, il raggiungimento progressivo degli obiettivi che ci si è posti assicura il conseguimento di questa situazione psichica. Questo è anche il momento in cui l’esistenza abbandona lo stato ordinario, per arrivare a quello stato straordinario alla quale in realtà appartiene. Questo, molto in sintesi, è il pensiero di Robin Sharma. Si tratta di una visione importante, perché dimostra che la libertà è il frutto della autodisciplina e dell’autocontrollo, e non di un caotico susseguirsi di suggestioni dell’attimo, che al contrario porta ad una nuova schiavitù. Dirigere la propria vita sino a creare il proprio destino: non si tratta di un obiettivo per geni solitari, ma di una possibilità alla portata di chiunque, con serietà, sforzo e determinazione, intenda muovere in questa direzione. Concludendo, bisogna anche considerare il momento che stiamo vivendo, che è di “crisi”. Il punto fondamentale da comprendere in questo processo è che tutto ciò che sta andando in crisi è destinato a dissolversi. Quindi è inutile aggrapparsi al passato. La “crisi” è un momento eccezionale che ha bisogno di persone eccezionali che lo affrontino. Per i mediocri c’è sempre meno spazio, e questo sviluppo continuerà e si espanderà nel futuro. Diventare una persona eccezionale non è un optional. E’ un obbligo.
                                                                                         Marzio Carlotto

sabato 21 maggio 2011

Alpinismo

L’alpinismo è un luogo dello spirito che accomuna in un’unica passione uomini e donne di tutte le età, di tutte le razze, di tutti i ceti sociali, di tutte le latitudini. Il richiamo della montagne incantate non conosce confini e affratella, come una brezza sottile, i più diversi protagonisti di imprese ora estreme ora più prosaiche, ma sempre avvinti da una antica fascinazione per quei luoghi dominati dalla solitudine e dal silenzio, complici gelide notti stellate o accecanti bagliori riflessi da ghiacciai inviolati.
            A Montecchio Maggiore, in corso Matteotti 41, ha sede la libreria “La casa di Giovanni”, il cui gestore, Alberto Peruffo, è anche il fondatore della Casa Editrice “Antersass” che si occupa appunto di alpinismo in tutte le sue varianti e modalità.
            Nato a Vicenza, Peruffo è laureato in Filosofia, con una tesi sul linguaggio interdisciplinare, ha elaborato una sua personale ricerca tra il mondo dell’arte, della letteratura e dell’alpinismo. Provetto dolomitista, ha ideato e realizzato la prima rivista di letteratura alpinistica comparsa in internet ed è divenuto uno dei massimi esperti internazionali di tecnologie, di comunicazione applicata all’esplorazione. Collegata alla casa editrice, che ora ha una dimensione internazionale perché conta oltre 180 collaboratori italiani, europei e statunitensi, è l’associazione culturale “Fattoria Artistica Antersass” organizzatrice de eventi legati al mondo dell’alpinismo.
            “Antersass” ha collaborato con il film festival internazionale di Trento, leader mondiale del cinema di esplorazione e dell’avventura, presentando filmati come “La montagna inventata”, appunti per una storia dell’alpinismo, che è stato premiato come miglior film indipendente, e “La cattedrale” sulla parete sud della Marmolada. La “Fattoria Artistica Antersass”, punto d’incontro tra artisti, scrittori, musicisti e fotografi, realizza “Ad un passo dal confine”, rassegna di scritture contemporanee dove i protagonisti di varie discipline si incontrano ai confini reali  o immaginari delle stesse.


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domenica 15 maggio 2011

Incontro con un Nuovo Autore

Il mondo dell’editoria, vasto e frastagliato come le isole della Micronesia, riserva sorprese infinite a colui che desidera scrutarne gli anfratti e i recessi. Un esempio è la Casa Editrice tgbook, poco conosciuta, che ha pubblicato il libro “Il Vento della Luna”, scritto da Daniele Monte, e presentato alla libreria Edison sabato 7 maggio. Daniele Monte è nato a Pordenone e vive a Porcia (PN). Lavora come I.T.C. Junior Manager presso una media azienda. Il Vento della Luna è il suo primo romanzo. Per coloro che desiderano conoscere il catalogo, digitare www.tgbook.it.  Il testo, distribuito su 400 pagine, dispone di un prologo, di un epilogo e di tre capitoli intermedi, necessariamente lunghi. La caratteristica del romanzo è che la trama figurerebbe bene all’interno della famosa collana di spionaggio “Segretissimo” di Mondadori. Narra le vicende di Massimo Giusti, uomo normale, che si trova catapultato, tramite il rapporto con un’avventuriera, all’interno di un oscuro complotto internazionale che egli tenta di ostacolare, attraverso vicende svolgentesi tra Berlino, Parigi e Roma, fino al deserto irakeno. Si tratta, dunque, di quello che fino a qualche anno fa si sarebbe definito un romanzo di fiction, e che, oggi, invece, non si sa esattamente come definire. Le ultime cronache dei giornali non mostrano forse che determinate vicende, assolutamente reali, nel loro sviluppo si svolgono con una meccanica da spy-story? L’opera di Daniele Monte si pone quasi come un segnale di come determinate prospettive razionali comincino ad evaporare anche nella “realtà” con cui abbiamo concretamente a che fare, che mostra una tendenza ad aprirsi alla direzione dell’avventura, in una direzione dai risvolti, per definizione, imprevedibili. Il fatto che la vicenda narrata sia ,oggi, se non vera, quantomeno verosimile, dice molto su un processo in corso nel quale sta entrando nella storia, e quindi anche nelle nostre vite, la dimensione dell’incertezza e dell’insicurezza. Inoltre, visto che il protagonista della storia non è un professionista del rischio, ma una persona comune, viene esposto come questa particolare forma mentis cominci a penetrare nella società ed a farsi , in modo strisciante, mentalità “condivisa” ed in un certo senso, paradossalmente, “normale”, visto che essa tocca, in modo diretto od indiretto, ciascuno di noi. In quest’ultima prospettiva,  il romanzo rappresenta, anche, una sorta di campanello d’allarme.

Donne Viaggiatrici

Recoaro Terme è un angolo della provincia di Vicenza, al di fuori delle grandi correnti di traffico. Non è un posto che si attraversa, occorre andarci apposta, per venti speciali. Uno di questi è il convegno, cominciato tra venerdì  11 e sabato 12 marzo nella sala COOP, situata nel centro del paese.
            “L’Angolo dell’avventura”, con il patrocinio dei comuni di Vicenza, Recoaro Terme, Torri di Quartesolo e Valdagno, ha proposto “ Donne viaggiatrici”, presentazione di grandi personaggi femminili degli anni 30 e 40, figure semileggendarie come Annemarie Schwarzenbach, Ella Maillart, Freya Stark , Alexandra David-Neel, Nita Sackville-West. Tutte hanno lasciato di sé un ricordo indelebile, a segnare un’epoca, che, già di per sé attraversata da una scia sanguinosa di ferro e di fuoco, ha ricevuto dalla loro vivente testimonianza, talvolta attraversata dalla tragedia personale, un’ulteriore impronta che fa parte, in modo inconfondibile, di quel tempo e di quella storia. Proponiamo una scheda biografica di ognuna.
            Alexandra David-Neel, autrice di quel vero e proprio classico che è Mistici e Maghi del Tibet, nonostante il nome inglese, è stata in realtà una scrittrice ed esploratrice francese. Nella sua lunga vita (1868 – 1969) ha scritto più di 30 libri di viaggi e di buddhismo. Carattere ribelle nell’adolescenza, si è in seguito inserita in una corrente di spiritualità misticheggiante. Addirittura, tra il 1914 ed il 1916 è arrivata ad una esperienza di romitaggio in una caverna del Sikkim.
            Vita Sackville-West (1892 – 1962) è stata una poetessa e scrittrice inglese. Donna dalla tempestosa vita sentimentale, entrò in contatto con il gruppo di Bloomsberry, circolo esclusivo animato dalla scrittrice Virginia Woolf. Le sue opere comprendono poesie, racconti, biografie, ed una serie di scritti sul giardinaggio concepito come arte.
            Freya Stark (1893 – 1993) è stata un’esploratrice e scrittrice britannica. Ha viaggiato nel Medo Oriente, una delle prime donne occidentali ad attraversare il deserto arabico. Cartografa e letterata, Dama dell’Ordine dell’Impero Britannico, ha trascorso gran parte della sua infanzia ad Asolo (Treviso), e la sua impresa più notevole è stata la visita nella Valle degli Assassini e la localizzazione della mitica fortezza di Alamut del Vecchio della Montagna.
            Ella Maillart (1903 – 1997), scrittrice, fotografa, velista ed hockeista su ghiaccio svizzera. Negli anni trenta e quaranta ha viaggiato in Unione Sovietica, Asia centrale, Cina, Kashmir, Afghanistan e India. Nel 1939 accompagna Annemarie Schwarzenbach in un viaggio dalla Svizzera a Kabul. Opere: Vagabonda nel Turkestan, Oasi proibite, La via crudele, Crociere e carovane, La  mia vita, i miei viaggi.
             Annemarie Schwarzenbach (1908 – 1942) è la personalità più controversa di questo gruppo. Nata in una famiglia dell’alta borghesia elvetica. Protagonista della vita culturale mitteleuropea degli anni trenta, amica dei due figli, Erika e Klaus, del grande scrittore Thomas Mann, ha la caratteristica di suscitare, allo scorrimento della sua biografia, delle violente reazioni emotive. In un senso del tutto particolare. La “carismatica” Annemarie rappresenta una posizione spirituale, ma si tratta di uno spirito che rifiuta la “struttura del reale” nella sua interezza. La conseguenza di ciò è un “disadattamento” che si esprime in tutti gli aspetti dell’esistenza. L’interpretazione “politica” delle sue scelte è del tutto fuorviante, in lei il “viaggio” diventa una condizione strutturale, nel duplice senso di uno “sradicamento” rispetto alla realtà oggettiva, e di una ricerca di una patria perduta o patria dello spirito, che non si trova in nessun luogo da lei visitato. Annemarie è una delle espressioni più alte della frattura interiore europea degli anni trenta, e la sua morte, abbastanza sconcertante (una banale caduta di bicicletta) è il simbolo della fine di un’epoca. Il retaggio della sua vita è, per i posteri, un’ardua sentenza.
            Dopo questa carrellata, è opportuno dire che “Donne viaggiatrici” è stata anche a Vicenza, da Galla, il 19 Marzo. Non possiamo che augurarci, per il futuro, altre iniziative di questo respiro e di questo interesse.