sabato 23 luglio 2011

Genio e Follia

Il libro di Karl Jaspers “Genio e follia”, del 1922, recentemente ristampato da Cortina Editore, con una prefazione di Umberto Galimberti, il quale è vicino alle posizioni filosofiche dell’autore, riprende la categoria romantica del “genio”, anticipata da Kant, e, seguendo le orme di Lombroso, stabilisce una correlazione tra il genio e la follia. Il romanticismo,inteso come corrente culturale, è nato in contrapposizione all’illuminismo, e specialmente alla “ragione” illuministica. Questo dice molto su come debba essere considerato il “genio” all’interno del romanticismo. Fondamentalmente come un motivo polemico, esaltato perché il dispiegarsi di una tumultuosa creatività si contrappone al regolare procedere mentale delle sequenze logiche razionali. Ecco dunque l’affinità con il fenomeno della follia. Ma, seguendo una strada di questo genere, si va a finire su un terreno scivoloso, perché il dire che la follia è all’origine del genio equivale ad affermare che quest’ultimo è un fenomeno patologico, o, all’inverso, che la malattia mentale deve essere considerata una forma di genialità. In effetti, la tesi espressa da Jaspers nel libro non è esattamente questa, ed occorre anzi afferrare esattamente il senso del suo pensiero, che può nascondere, a sua volta, delle pieghe dove può insinuarsi una interpretazione che, anziché portare ad una migliore comprensione del fenomeno, tende ad oscurarne il significato richiedendo a sua volta di essere interpretata e compresa. Per cominciare, inizio con una citazione dello stesso Jaspers: “Ora accade che quest’elemento demoniaco, che nell’uomo sano opera in modo ordinato e moderato, si scateni invece nella malattia con estrema violenza. Non che questa forza demoniaca, questo spirito sia malato; sfugge all’alternativa salute-malattia; ma è il processo patologico che favorisce l’irruzione di questa forza, non fosse che per poco”. La tesi di Jaspers dunque non è che la genialità coincide con la follia , nel caso che sta discutendo con la schizofrenia, ma che quest’ultima è una precondizione affinchè il genio si manifesti, e soprattutto, che questa genialità deve essere considerata come una “forza demoniaca” che emerge da  un oscuro fondo della psiche, del quale costituirebbe, per così dire, l’essenza inesprimibile nella vita normale. Questa forza brucerebbe con la sua stessa presenza l’artista, tanto è vero che la differenza tra un artista normale ed uno geniale consisterebbe nel fatto che quest’ultimo finirebbe consumato dalla sua propria opera. Una concezione di questo genere considera il genio come un qualcosa di estraneo alla personalità, un qualcosa di “divino”, che irrompe dentro alla mente sino a spezzarla con la sua forza prorompente. E’ chiaro che se una tesi del genere fosse vera, la questione del genio e del suo rapporto con la personalità normale cesserebbe completamente di essere un problema che in linea di principio può essere risolto, ma diventerebbe un enigma che solo un intervento oracolare potrebbe sciogliere. Se si vuole sfuggire agli esiti oracolari, è necessario impostare il problema in modo completamente diverso da come fa Jaspers. In particolare bisogna smettere completamente di considerare la genialità come una “forza”, od uno “spirito”, od una “presenza”, che irrompono non si sa da dove nella psiche di soggetti predisposti, ma di interpretarla come una modalità di funzionamento della mente, che in linea di principio può esistere in tutti, non solo in particolari soggetti che non si sa  se considerare eletti o dannati. Il problema, non l’enigma, da risolvere, è quello di riuscire a trovare la modalità giusta per fare scattare, in modo stabile e non in concorso con situazioni patologiche, questa preziosa funzionalità mentale. Si sono verificati e sono stati empiricamente rilevati, dei casi in cui il genio è stato accompagnato dalla follia. E’ del tutto possibile, ed auspicabile, che questa associazione sia sciolta in futuro. Noi oggi, abbiamo bisogno di genialità. La follia con cui abbiamo quotidianamente a che fare, è cosi diffusa, che se ne farebbe volentieri a meno.
                                                                                                           Marzio Carlotto


giovedì 21 luglio 2011

I problemi dell'euro

L’avvento dell’euro è stato veramente un fenomeno positivo, come presentato e magnificato ? A distanza di tempo crescono i dubbi e le perplessità. Ne è un esempio il libro dell’economista romano Antonio Maria Rinaldi, “Il fallimento dell’euro?”, un istant book che fotografa in modo esemplare, rigoroso ma semplice, chiaro ed accessibile, le conseguenze di una decisione che, invece di benefici, sembra apportare un numero crescente di difficoltà e di problemi all’economia italiana. L’autore dimostra per prima cosa l’esistenza di un preoccupante, diffuso livello di incompetenza tecnica all’interno della classe politica, intesa non in termini partitici, ma proprio come categoria di persone che si occupa professionalmente di politica. In sostanza, il livello medio dei rappresentanti italiani a Bruxelles, che trattano di rilevanti questioni nazionali, risulta non episodicamente,ma sistematicamente al disotto dello standard minimo consentito, con il risultato di una incapacità cronica di difendere persino elementari  interessi nazionali, ed un conseguente scadimento della nostra immagine all’estero. Il punto chiave nell’analisi di Rinaldi è una valutazione negativa dei parametri di adesione del trattato di Maastricht, che hanno portato al taglio della spesa sociale e penalizzato le fasce della popolazione più deboli, provocando anche un inasprimento della pressione fiscale. Queste condizioni sono state accettate supinamente ed i negoziatori italiani non hanno valere gli interessi dell’Italia. Inoltre, e questo è un punto-chiave, Rinaldi attribuisce proprio all’euro la mancata crescita economica dell’Italia. Questo partendo dalla considerazione che i paesi dell’Unione Europea che non adottano l’euro hanno avuto un tasso di crescita superiore a quello dei paesi, sempre dell’Unione Europea, che utilizzano l’euro: dimostrando così che i benefici dell’adesione all’Europa non consistono nel fatto di avere la stessa moneta, ma in quello di far parte di un mercato comune di libero scambio. A questo punto , si pone il quesito se sia conveniente rimanere nella moneta unica, oppure no. L’autore sembra propendere per il no, e che sia necessario come minimo rinegoziare i parametri di adesione al Trattato di Maastricht. La sua conclusione, infatti, è che l’Euro, allo stato attuale dei fatti, sia non una moneta europea, ma Franco – Tedesca, e per di più costruita al fine di favorire speculazioni finanziarie più che investimenti produttivi, anche per la politica della Banca Centrale Europea, che non controlla le banche nella loro inclinazione a destinare denaro per operazioni speculative fini a sé stesse, che non producono crescita economica effettiva. La revisione dei parametri  di Maastricht passa per una revisione dei rapporti di forza a livello Europeo. Questo, oggi è il vero compito dei politici.

                                                                                                       Marzio Carlotto.